Momenti del bisogno

Posted by Alice Ayres in Alice

Sabato 23 marzo 2013

Ora, io lo so che mi prenderai per pazza non essendo a conoscenza della giornata assurda che ho passato, ma volevo proprio dirti che al di là del cinismo che in parte mi contraddistingue, di tutte le persone di merda che ci sono a lavoro tu sei uno dei pochi che in una vita parallela potrei sentire davvero amico. Non siamo in tanti a essere liberi.

 

Cara Alice, perché mai dovrei prenderti per pazza? Sono forse quel tipo di essere umano che vive la sua vita nel pregiudizio degli altri e apparecchia le sue giornate alla ricerca di reazioni previste e prevedibili? Certo che no, lo intuisci da te. Per questo, credo, mi hai scritto. Al di là del cinismo che ci contraddistingue, ti cito, spero che in quella vita parallela che immagini ti sia stato vicino in una giornata assurda dove più di tutto hai avuto bisogno di un vero amico.
In QUELLA vita parallela, spero di esserti stato vicino come hai creduto e voluto. In QUESTA vita parallela, ci siamo per ciò che siamo. Noi Esseri Liberi.

ws2

Identità migranti

Posted by Alice Ayres in Alice

“Ti conosco forse meglio di quanto tu conosca te stessa” ha sentenziato ieri colui che ha dipinto di me un ritratto per nulla corrispondente all’originale. Di quelli che a furia di rifinire i dettagli diventano un impasto senza bellezza né tecnica. Che avrebbe potuto disegnare un estraneo.

Per riuscire a raggiungere la complessa semplicità che mi caratterizza oggi ho attraversato una strada a volte buia e troppe volte ostacolata dall’autolesionismo. Ma è servita a evolvere, a stancarmi delle cose brutte, a migliorarmi per meritare quelle belle.

Agli uomini che in futuro sceglieranno di giudicare, analizzare e ridurre ai minimi termini una donna – cercando di negarne il valore – consiglio un semplice atto di coraggio: fermatevi e chiedetele aiuto. Il suo cuore farà il resto.

Sono quella a cui basta un regalo da un euro per sentirsi la donna più corteggiata del mondo.
Sono quella che ha la camera piena di peluches che la fanno sentire coccolata.
Sono quella che come password del computer usa il soprannome tenero con cui da anni la chiama suo fratello.
Sono quella che all’alcol preferisce una tazza di thé caldo alla menta.
Sono quella che ha paura di stare a casa da sola la notte.
Sono quella che quando ha la musica nelle orecchie canticchia ogni canzone senza neanche accorgersene.
Sono quella che si commuove se la sorprendi coi suoi cioccolatini preferiti.
Sono quella che si sente una regina se la porti a cena al cinese in un giorno feriale, o a prendere un caffè al bar a metà pomeriggio.
Sono quella che preferisce arrivare in ritardo a lavoro pur di accarezzare e baciare il viso dell’uomo che ama prima di uscire di casa.
Sono quella che ha sempre freddo e si rintana sotto il piumone dopo aver fatto l’amore.
Sono quella che si prende addosso la cattiveria dell’altro per consentirgli di sentirsi meno debole. Che ti abbraccia anche se la tratti male.
Sono quella che pesa ogni parola, che non si vergogna di parlare col cuore, e promette solo ciò che può e vuole mantenere.
Sono quella che davanti alle ingiustizie si dispera come una bambina.
Sono quella che ha il coraggio di difendere un amore in cui crede, innanzitutto dalla propria paura.
Sono quella che anche mentre la ferisci si preoccupa per te, che non lascia alla rabbia l’ultima parola mentre ti dice addio.
Sono quella che non sognava altro che una vita fatta di patate al forno, film da guardare al pc e confidenze nella penombra di un bagno caldo insieme.

Sono quella che stanotte lontana dalle sue braccia penserà di morire, ma che domani – lontana da lui – saprà rinascere.

Never forget where you come from, diceva Francesco.

tsu2

So far gone

Posted by Alice Ayres in Uncategorized

Sono sempre stata una outsider. O perlomeno mi ci sono sempre sentita.
Una che sa mischiarsi bene agli altri, che riesce a strappare un sorriso anche ai più duri d’animo, che piace alla gente… ma che la gente non la sente né vicina né affine.
Io non mi riconosco in ciò che orbita intorno a me. Io non sono questo. Io non sono nessuno. Io non esisto perché ciò in cui mi rispecchio non esiste: le utopie.

Non mi riconosco nelle donne che cercano a tutti i costi un figlio per darsi un senso, che si scelgono uomini ‘padroni’ ma allo stesso tempo smidollati, che non dicono davvero ciò che pensano perché non sta bene.
[Da quando la trasparenza è un difetto?]

Non mi riconosco in quei maschi – e purtroppo ce ne sono tanti – che parlano di amore e libertà senza nemmeno conoscere questi concetti, tanto sono incatenati al loro egoismo e alla loro mentalità pleistocenica.
Quelli che a un tono di voce caldo e dolce ne preferiscono uno cattedratico, che vedono le donne come suppellettili o come costanti minacce, e definiscono ‘zoccole’ quelle che si sono permesse di avere un’intensa vita sessuale. Magari proprio con ‘uomini’ come loro.
[Vi meritate una compagna fintamente illibata che vi attacchi l'aids]

Non mi riconosco in chi sceglie intenzionalmente di ferire il prossimo senza curarsi delle conseguenze. In chi non ti aiuta se hai bisogno, non ti soccorre se stai male, non ti chiede scusa se ti ha fatto piangere a dirotto. E che pretende che le sue ragioni e necessità prevalgano sulle tue, in base a una legge scritta col tuo sangue.
[Siamo tutti il buon samaritano preso a calci di qualcuno]

Ma soprattutto non mi riconosco in chi – sistematicamente – tenta di deturpare le cose belle, cercando di rendere universale il suo stramaledetto autolesionismo. Che ha bisogno di essere infelice per ‘stare bene’, per fregiarsi del più cieco cinismo come unico rimedio ai dubbi esistenziali, per trovare una scappatoia che gli impedisca di ammettere la più banale verità: la-felicità-mi-fa-una-paura-fottuta.
[Come se poi aveste avuto tutti chissà che problemi]

E non importa se per questi folli kamikaze in malafede dipingeresti il mondo più bello del mondo, mettendo insieme tutto ciò che di buono hai imparato da ogni sconfitta, da ogni abbandono, da ogni uomo che si è rivestito e se ne è andato, da ogni promessa infranta, da ogni errore che pagheresti oro per tornare indietro e non commettere. Non importa quanto vorresti farli felici, ed essere felice con loro, conferendo alla vostra vita l’alto senso che merita. Non importa se hai attraversato le realtà più avvilenti – ma senza mai perdere la speranza – pur di raggiungere quella meta chiamata “Voglia di darsi totalmente, incondizionatamente, perdutamente a un’unica persona”.
Sarà tutto inutile. Ti diranno che è solo colpa tua, rea di aver tentato di diventare una persona migliore.
Rea di avere il coraggio e la forza d’animo che a loro manca.
Rea di essere una disadattata bisognosa solo di un abbraccio.

Why isn’t love enough?

rsz_armatura

Il sacrificio di Isacco

Posted by Alice Ayres in Alice, Tutti gli uomini della mia vita

, , , ,

È amore se ti sembra una nuova Vita.
È amore se dormire nudi diventa la vostra religione.
È amore se guardarlo nei suoi gesti quotidiani ti infonde serenità.
È amore se quando ti bacia all’improvviso ti senti innocente come una bambina.

È amore se. Ne ho scritti tanti in queste ultime settimane, col sorriso sulla bocca e il batticuore ad agitare le mie costole.

Potrei andare avanti all’infinito, e raccontarvi di sorrisi tra le lenzuola, di sguardi che ti scavano l’anima, di brividi inaspettati che in un istante spazzano via certezze e progetti: vado a Londra, no resto qui. Il mio sogno era l’Inghilterra, ora invece sei tu. Ma i sogni più belli sono i progetti, e allora lasciami disegnare un futuro che somigli a noi due insieme, amore mio. Lasciami guardare in faccia la paura e sfidarla, giurandole che non vincerà, non stavolta.

Sì, andrei avanti all’infinito, fino ad annebbiare la vista con enormi lacrime di gioia. Fino a sembrare il prototipo della donna sdolcinata, di quelle che se chiudono gli occhi e immaginano l’Amore vedono colori caldi e mani intrecciate e prati sconfinati privi di ogni ostacolo.

Ma non c’è più tempo per le idealizzazioni, non in questa mia vita. La verità più scontata è anche la più dura da digerire: un rapporto reale è fatto di ostacoli, non ne è immune. È una battaglia da combattere fianco a fianco, prima di tutto contro se stessi. Contro quella parte di noi che in decine di anni ha maturato l’illusione che la solitudine abbia un valore intrinseco, seppur non aggiunto. Che se da soli forse non si vive, perlomeno si sopravvive. Che proteggersi da quelle variabili della vita che si possono evitare sia astuto e non sacrificale.

Amare per me non vuol dire soltanto deporre le armi dell’individualismo più ostinato, dell’io sto bene da sola. Significa metterle in mano alla persona che scegli.
Significa guardare quell’uomo mentre apprende da te ogni modo per ucciderti, e sperare che non lo faccia. E sapere che non lo farà.
Resti lì – immobile – davanti ai suoi occhi, spogliata della tua armatura – persino del tuo nome di battaglia – a guardarlo nel silenzio di un attimo infinito. “Sei la persona che può farmi più male al mondo. Non farlo. Io non lo farò”.

E quando sarai tentato di pensare che non ne valga la pena ricorda che a me, per difendermi, resta solo l’amore.
Don’t give up.

sky

Ancora cinque minuti

Posted by Alice Ayres in Alice

, , , , ,

Ballavo da sola. Con la porta chiusa a chiave. Di notte.

Non potevo dormire, proprio non riuscivo. L’adrenalina scaturita dal primo incontro con lui mi teneva sveglia, come una bambina che attende il Natale la sera della vigilia. Una bambina che ancora non sa che ogni donna nella vita aspetterà sempre qualcosa che forse non arriverà mai.
La memoria è una trappola: pensiamo che non scorderemo mai certe emozioni, invece lo sforzo di ricordarle ce le fa perdere nel flusso del tempo. Più ci attacchiamo a ogni loro dettaglio, più le guastiamo, rendendole diverse dall’originale, meno autentiche.

In cuor mio sapevo che non avremmo mai più avuto una giornata come quella, fatta di mani inseparabili e sorrisi ebeti, di baci e brividi inaspettati. Volevo solo viverla ancora un po’, volevo berla fino all’ultima goccia. Non svegliatemi, ancora cinque minuti.
Eravamo stati in un negozio in centro, avevo provato un vestito rosa, mi aveva detto “Stai benissimo”. L’aveva fatto con lo sguardo di chi ci crede davvero. Di chi è bravo a mentire. La radio passava un brano che non avevamo scelto, colonna sonora inconsapevole di quel momento stupidamente perfetto. Mi sentivo invincibile, come solo l’entusiasmo verso un uomo nuovo sa farti sentire.

Sono tornata a casa, e nel silenzio di una città addormentata ho cercato quella canzone: volevo sognare a occhi aperti, volevo rimanere aggrappata a quel momento così bello, volevo regalarmi il fasto della speranza prima che la realtà la infrangesse. Sperare è il più grande lusso che possiamo concederci. Sperare in nuovi sorrisi, sperare nei colpi di scena, sperare in un amore fresco che ci curi l’anima.

L’ho ascoltato decine di volte, quel brano. Per ore. L’ho ballato scalza, senza far rumore, immaginando per noi i più bei colori del mondo. Ho ballato come se non esistesse un domani che non fosse insieme a lui, come se i nostri respiri già si appartenessero.
Quando Morfeo mi ha teso la mano gli ho chiesto di potermi svegliare in una vita fatta di giornate come quella. In un mondo dove sognare a occhi aperti non fosse né un reato né un lusso. In un capitolo nuovo dove chiamare l’abbraccio di quell’uomo ‘casa’.

Oggi, quando il mio lettore mp3 mi propone quella canzone, mi rivedo in leggings e t-shirt su un pavimento di tappeti e parquet, e sorrido.
“Che sciocca”.

 

dolores

Per un’ora d’amore

Posted by Alice Ayres in Alice, Tutti gli uomini della mia vita

, , ,

…E poi succede che il tuo lettore mp3 propone Close to you di Burt Bacharach proprio mentre stai mandando a un’amica la foto di una tua conquista estiva. Uno di quei gesti goliardici che le femmine compiono per sentirsi emancipate e sprezzanti dell’amore. Per negare che quel passeggero distratto – nel seppur breve viaggio compiuto insieme dalle loro vite – fosse molto più di una piccola comparsa sessuale.

Succede allora che ti rimetti a guardare la sua foto, ingrandendo ogni dettaglio: la camicia, le rughe d’espressione, il sorriso accennato. E soprattutto quegli occhi. Occhi verdi e innocenti, capaci di guardare il mondo con stupore e curiosità, come se il dolore non esistesse, come se la vita avesse sempre un lieto fine. In un attimo sei di nuovo lì, sotto il sole cocente di San Francisco, seduta sul prato di Dolores Park a ridere e raccontargli di te, per l’ultima volta. A sentirti viva, giovane, fresca. A sognare una vita lontana dall’Italia, dagli obblighi, dalla perifrasi “fine mese”.

D’un tratto con le tue carezze stai di nuovo disegnando quel viso, ogni piega della pelle, la cicatrice sulla spalla, i battiti del suo cuore che tranquillizzano il tuo. Riesci a sentire il suo odore, i respiri lunghi di quando si addormenta, il sapore delle labbra che ti baciano all’improvviso mentre stai parlando.

Sei sotto la mia pelle. Lo eri già prima di rivolgermi la parola, prima ancora di sederti al mio tavolo in quella sera di agosto. I nostri sguardi si sono incrociati per un istante, per sbaglio, per cortesia, e io non ho potuto che pensare: “Eccoti, finalmente”. Ti stavo aspettando e nemmeno lo sapevo. Dopo più di diecimila chilometri percorsi da sola, eri lì – splendido – davanti ai miei occhi.
Ora sei dentro di loro, nei ricordi che li fanno velare di commozione, nei sorrisi che mi rammentano che la Bellezza esiste per tutti, persino per me. E brilla accecante nella consapevolezza che anche tu, dall’altra parte del mondo, mi stai ancora pensando.

Sei arrivato e mi hai restituita alla Vita con una sola frase, pronunciata sottovoce al risveglio, mentre ci guardavamo con la dolcezza unica degli occhi di due amanti che hanno dormito abbracciati.
“I’m glad I stayed”.