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Voyeurismo musicale

Posted by Alice Ayres in Alice, Tutti gli uomini della mia vita

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Come Banana Yoshimoto ha scritto nel suo romanzo d’esordio, gran parte della storia è incisa nei sensi. L’olfatto soprattutto, almeno per me. E l’udito. C’è chi dice che sono troppo legata al passato, ai ricordi. Forse – chissà – ho semplicemente un’eccessiva memoria o paura di scordare dettagli, come quando perdi un amico in un incidente d’auto e vivi nel terrore di dimenticare – un domani – il suono della sua risata. Il modo in cui ti guardava con quegli occhi grandi e un po’ impauriti. La morbidezza della sua pelle ambrata. Ecco, forse ho solo paura di scordare – mentre di essere scordata non più. Quello lo metto in conto, accettandolo come ennesima dimostrazione del deludente apparato umano che mi circonda.
Molti miei frammenti – tanto intensi quanto spesso insignificanti – sono legati a delle canzoni. Brani non scelti che “passavano di lì” e fissavano, come acidi in camera oscura, un momento sulla carta fotografica del mio vissuto, quasi a volermi fare un favore consentendo a una memoria indelebile di ricordarmi sempre chi sono stata, per non ripetere gli stessi errori, per essere grata. Istanti legati a doppio filo a una sequenza di note: non c’è rimpianto nell’ascoltarle né malinconia, solo un “voyeurismo emozionale” che fa riemergere sensazioni mai passate, proiettandole su uno schermo intimo che racconta di ferite, di sorrisi, di vittorie e tempo sprecato. Di tutto quello che in fondo la vita mi ha dato o che io ho saputo (non) prendermi. Questa sera, durante le mie faccende domestiche procrastinate fino alla morte, ho annotato brani a caso in grado di ricordarmi qualcosa di forte. “Chissà se tramutarli in parole ha senso”, ho pensato. Dunque ecco qualche piccolo, inutile esempio.

“Devil wouldn’t recognize you”, Madonna

Sono seduta su una panchina di Piazza Santa Maria Liberatrice, Roma. Minigonna nera di jeans, la maglietta più bella e costosa che possiedo. Immobile, frastornata, confusa, non so nemmeno da quanto sono qui. Intorno a me bambini gradassi e anziani signori che sembrano conoscersi da una vita. Tutto scorre colorato, io invece mi sento fredda, sbiadita. Come questo rosso innaturale che ho colato sui capelli e che a ogni shampoo perde d’intensità.
Ho trascorso la notte in bianco a singhiozzare, pranzato controvoglia in trattoria guardando nel vuoto e ora sono nascosta sotto questi alberi – nella malinconica afa d’inizio settembre – a fingere di essere altrove. Altrove, pur di non salire in casa. Quella casa che sentivo mia, per cui ho comprato stampe da appendere alle pareti, luci rosse al neon per fare atmosfera, piccoli soprammobili a scandire la nostra prima storia d’amore. Un amore adolescenziale, puro, fragile come i sogni d’infanzia. Un amore che per anni ho difeso a spada tratta fino a quando, ieri notte, la sua voce ha detto Non ti amo più. Quasi a volersi togliere un peso, un peso che forse ero io.
Una prima goccia di pioggia mi cade sulla spalla, sembra volermi risvegliare dal mio stato catatonico. Rinsavendo, ascolto la canzone che ho nei timpani: “Nemmeno il diavolo ti riconoscerebbe”, dice. E in effetti, dopo ieri, di familiare non è rimasto più nulla.

“Favourite girl”, King Creosote

“Voglio farti sentire una canzone che mi piace molto” ha detto. Sono seduta sul suo letto, in una stanza così ordinata da sembrare maniacale, all’ultimo piano di una villetta da qualche parte nel nord di Londra. Ci conosciamo da quasi due anni eppure questo è stato il nostro primo appuntamento ufficiale. Di quelli in cui si va a cena fuori, per strada fa freddo ed entrare nel ristorante è un sollievo che mitiga quel sottile velo d’imbarazzo tipico di queste circostanze. Dopo aver studiato ogni voce del menù ispanico ho ordinato il piatto di agnello più buono della mia vita, fotografato le sue braccia sul bancone di legno, pensato che non mi piacciono i biondi ma che lui ha stile da vendere. Una volta usciti siamo saliti su un taxi, il mio primo taxi londinese nonostante abbia vissuto qui due volte. Un thè caldo in salotto, una coperta dell’Ikea sul divano, lampadine a basso consumo. E poi quella stanza immacolata, luminosa, essenziale ma accogliente, dove a farla da padrone sono chitarre, casse, giradischi e quant’altro. La canzone la ascolto rannicchiata sul piumone, in posizione fetale: non dormo da quasi un mese, da quando mi hanno detto che Francesco non c’è più. Sono sfinita, scoraggiata, a pezzi. Scappata a Londra per non pensare. Non c’è malizia nell’aria, non c’è squallore: tutto è puro, quasi timido, per nulla scontato. Mi volto verso il muro e comincio a piangere: sono lacrime tacite che scendono da sole, tale è la mancanza, l’impotenza, la malinconia che provo da settimane. Mi asciugo gli occhi e sento lui, che di mestiere fa il cantante, intonare il testo. Sorrido. Sembra quasi che me lo stia dedicando. Sembra quasi, per un attimo, che tutto abbia un senso. Sono intontita, ma improvvisamente tranquilla: stanotte riuscirò a dormire, me lo sento. E per di più in un caldo abbraccio.

“Bolero”, Maurice Ravel

“Adesso ne metto su una che non ha rivali”, dico. Non queste parole esatte, forse. Ma il senso è quello. Due occhi turchesi – con una punta di giallo – mi guardano curiosi, aspettandosi la canzone del momento oppure qualche brano rock evergreen. Appena il Bolero inizia, una risata. Sgranocchio tortilla chips avvolta in un asciugamano chiaro. Abbiamo fatto il bagno in mare, poi la doccia insieme. La spiaggia era grande e deserta: è un mercoledì di fine giugno e nel mio ufficio credono che io sia a un matrimonio dalle parti di Roma. Fa caldo, c’è il sole, l’aria profuma di vacanza. Guardo il mare di Alcamo Marina dal terrazzo, conscia che probabilmente non lo rivedrò mai più. Nessuno sa che mi trovo qui. Sono atterrata a Punta Raisi verso le otto del mattino e tra neanche dieci ore tornerò a Milano in aereo: una follia, un colpo di testa. Eppure ora, cullata da queste note – lontana da tutto ciò che della mia vita è reale – riesco solo a pensare che ne è valsa la pena. E che è bello essere quel tipo di donna che non ha paura di fare pazzie.

“Everyone’s at it”, Lily Allen

Oltre a essere enorme, questo televisore ultrapiatto offre anche un’ampia selezione di album. Mi faccio incuriosire dalla copertina e scelgo Lily Allen. La prima canzone che riempie l’etere è questa. Ma non è il solo rumore che si sente. C’è il ribollire dell’idromassaggio e lo scroscio della cascata artificiale che si riversa in quella che più che una vasca incassata nel pavimento pare una piscina. Ma soprattutto ci sono le risate delle altre, della mia più cara amica. Motel K, Casei Gerola. Suite Thailandia. Quando ho deciso di prenotare qui mi hanno presa per matta, e di certo alla reception, nel vedere quattro ragazze, c’è stato un attimo di perplessità. Fino a ieri avevo la febbre alta e una contrattura al collo che mi impediva persino di muovermi nel letto. Ora sono in bikini a mollo, senza pensieri, a godermi i sorrisi delle partner in crime di ‘sta cazzata. Abbiamo portato da bere, mangiare e fumare. Pranziamo nel nostro giardino privato, al sole; lasciamo snack salati a bordo vasca da agguantare mentre siamo in acqua; ci divertiamo a indagare ogni minima diavoleria della stanza extra-lusso del motel. Letti matrimoniali scorrevoli, passavivande per ricevere cibo senza interagire col personale, doccia trasparente in mezzo alla stanza. Oggi si chiude un pezzo della mia esistenza, nel bene e nel male. Sono felice delle persone che ho scelto per condividere questo momento. Sono felice di averle rese radiose con questa mia bizzarra idea. Sono felice e basta. È uno dei giorni più belli della mia vita: da oggi farò del suo numero il mio portafortuna.

“Mi ami davvero”, Luca Carboni

La passano alla radio e ogni singola parola mi fa pensare alla grandezza di un amore di cui sono stata per anni testimone fino al suo epilogo, pochi giorni fa. Un mattino senza pioggia, gelido come sa essere dicembre in montagna. L’abbiamo sepolta in Valle d’Aosta mia zia, che ha fatto appena in tempo a compiere quarant’anni prima di arrendersi – lei, combattiva e fiera – a una malattia improvvisa e feroce più grande della sua tenacia. Di tutti noi. Sono in camera mia, seduta sulla moquette, a chiedermi come farà suo marito, che viveva per lei, ad andare avanti. Come posso aiutarlo? Come si sopravvive a tutto questo? Al sorridere alla donna che ami fino all’ultimo giorno, anche quando delira, anche quando il suo incarnato ha l’innaturale colore della morte, anche quando la senti rantolare prima che i respiri si diradino sempre più, sino a smettere. Chiudo gli occhi e la rivedo seduta al grande tavolo da pranzo della casa in montagna, mentre si volta a guardare mio zio, in piedi alle sue spalle: le guance abbronzate riempite da un sorriso, gli occhi all’insù, innamorati e divertiti. Li ricordo sul letto, dopo una delle loro gite, intenti a studiare il sentiero per l’impresa dell’indomani, le mappe a coprire le lenzuola. Insieme. Fino all’ultimo. Prendo carta e penna e – commossa – scrivo a mio zio una lettera che non gli darò mai.
Ancora me lo domando, come si faccia ad avere fiducia nella vita dopo una lacerazione simile.

“The golden age”, The Asteroids Galaxy

Non ero mai stata in una casa che non fosse la mia, qui in paese. Non avevo mai osservato il panorama da un’altra finestra, da un’altra prospettiva. Vedo le persone camminare per Via Roma, sento il loro brusio costante, come nelle piazze in alcuni giorni di festa. Abbiamo portato l’XBox per guardare un film – Into The Wild – e per ingannare il tempo come ragazzini. Mi sono appassionata a un gioco di Texas Hold’em: ci armeggio seduta per terra davanti al televisore mentre lui, sul divano dietro di me, osserva le manches e mi dà consigli. Sto diventando bravissima, sono quasi pronta per giocare nel mondo reale – dico – cosa che non farò mai. C’è uno spot pubblicitario che come colonna sonora ha questa canzone così allegra da risultare quasi fastidiosa: ogni volta che passa in tv mi alzo dal tappeto e comincio ad ancheggiare in modo volutamente buffo, per farlo ridere. Ci divertiamo, ma in un angolo del mio cuore avverto la sensazione di starmi sforzando per condire di allegria il nostro presente. Un’intuizione passeggera, il presagio che non durerà per sempre.
Quella tranquillità un po’ prevedibile che abbiamo costruito, e che a tratti somiglia alla stabilità che inseguo da una vita, non basterà. Non mi basterà.

“Nothing else matters”, Metallica

Non pensavo di essere ancora in grado di emozionarmi per un’uscita con un uomo, eppure sta succedendo. Non me lo ricordo nemmeno più quand’è stata l’ultima volta che mi sono fatta bella per qualcuno che nemmeno conoscevo. Qualcuno a cui voler piacere senza un preciso motivo. Qualcuno per cui ti viene voglia di mettere il rossetto e impiegare il doppio del tempo a truccarti, e scegliere il vestito che secondo te ti sta meglio e le autoreggenti che non avevi mai estratto dalla confezione aspettando un’occasione speciale. Lui è puntuale, si è messo carino, sorride e io non so che vederlo sorridere è raro. Non so che dovrei godermi quel momento ancor più di quanto sto facendo, ammesso che sia possibile. Fa freddo, è metà novembre. Sabato. Ho sempre pensato che il sabato i maschi uscissero coi loro amici, non con le ragazze. Non sono abituata a comunicare il mio indirizzo, a una macchina che mi aspetta sotto casa, a lasciare decidere a un altro dove andare. Non sono nemmeno mai stata al ristorante giapponese, però ho accettato a scatola chiusa, stranamente senza replicare. Avevo voglia di legare a questa persona qualcosa di totalmente nuovo per me. La prima di tante novità, scoprirò in futuro. Mentre attraversiamo in macchina Piazzale Biancamano, dalla sua chiavetta mp3 collegata all’autoradio emerge questa canzone. Non lo facevo un tipo da Metallica, non lo facevo un tipo da “cose che piacciono anche a me”. Alzo un po’ il volume, canticchio il testo. Vorrei che questa canzone – che questa sensazione di novità, curiosità, attrazione, sintonia, leggiadria, mistero, trepidazione – non finisse mai, come se fosse l’ultima volta che alla mia anima è concesso tremare. Vorrei sentirmi per sempre bella come stasera, dove lui ha avuto occhi solo per me – cosa che non capiterà quasi più in tutto il tempo a venire. Nel guardarlo guidare capisco che non sarà una storia di qualche notte, e mi chiedo in silenzio se anche lui abbia lo stesso pre-sentimento.

“Succar ya banat”, Khaled Mouzanar

Da quando mi hanno consigliato di vedere “Caramel” mi ci sono così appassionata da aver impostato Spotify sulla sua colonna sonora, in loop. Non è stata un’annata facile: ho dovuto lottare con i miei mostri per stare a galla, per abbandonare gli antidepressivi e ricostruirmi da sola. Questa stanza azzurra è stata il mio rifugio. L’ho affittata e decorata nel più personale dei modi per sentirla mia. Ho pianto molto tra queste pareti. Ma ho anche riso, dormito con le amiche in visita dall’Italia, con mio fratello, con la mia adorata coinquilina polacca, con un compagno di master. Mi sembra passata una vita dal mio ritorno a Londra, invece sono trascorsi poco più di sei mesi. So che a Milano continua a piovere, qui invece da aprile splende il sole e a Southwark Park si sta in costume. In un tiepido pomeriggio primaverile mi godo questa canzone sdraiata sul letto. Dalla finestra aperta una soffice brezza mi carezza il viso. Sento dei bambini giocare tra le aiuole del giardino. Qualcuno giù in cucina sposta piatti e pentole. Guardando il cielo azzurro sopra di me, all’improvviso mi rendo conto che non sento più dolore. Un momento perfetto, irripetibile. La svolta in cui non avevo osato sperare. Mi sento in pace con tutto, coi miei errori e con quelli degli altri. Posso perdonarli, posso perdonarmi. Posso persino morire, adesso: morirei felice. Respiro a fondo, resto immobile, lascio che il calore dell’esistenza – scorrendo dentro di me – raggiunga la punta delle dita. E poi gli occhi, con un velo di commozione. E poi la bocca, in un sorriso placido. Sto bene. Finalmente so di nuovo stare bene.

“Living Darfur”, Mattafix

Siamo state a una festa, non ricordo nemmeno dove. Non guidavo io, come al solito. Era una casa in campagna, abbarbicata su qualche collina lombarda o piemontese. Quattro compleanni insieme, una marea di gente: cibo, alcol, musica, un grande giardino, una villa destinata a tramutarsi in letamaio. Non è il mio genere di festa, o meglio io non sono una da feste. Da poco in Italia, da poco single (e tinta di biondo), attraverso una fase di quiete prima della tempesta ma ancora non lo so. Per il momento sto a galla, esco spesso con le amiche, mi tengo impegnata e nel mentre spero che tutto si aggiusti, che non sia davvero finita. Un’illusione che in futuro imparerò a non ripetere. Non mi diverto, specie quando tutti iniziano a essere troppo ubriachi, ridicolizzandosi senza accorgersene: c’è qualcosa di tremendamente grottesco nelle persone agghindate – donne soprattutto – che iniziano a urlare e agitarsi deturpando la facciata che hanno faticosamente costruito a suon di appretto, nodo alla cravatta, make up, piastra per capelli e quant’altro. Una di noi si prende una sbronza colossale, si addormenta su una sdraio e ci vuole un’oretta buona per farla rinsavire. Verso l’alba, quando dal nulla compaiono panini – credo alla carne – cucinati da non so chi, ci mettiamo in viaggio per tornare a Milano. Al volante un’amica affidabile, dolce, comprensiva, mai sopra le righe, a cui invidio il timido, discreto aplomb. Quando la radio passa questa canzone, alza il volume dicendo che le piace tantissimo: è bello sapere qualcosa di lei, in fondo non la conosco poi così bene. La musica riempie l’abitacolo mentre l’auto costeggia una strada provinciale. Il cielo si fa sempre più chiaro, è un nuovo giorno. Sono stanca, ma guardarla mentre guida e sussurra la sua canzone mi riempie di tranquillità. Nonostante il sonno, una volta a Milano teniamo ancora un po’ in vita la nostra serata andando a caccia di brioches. Sono le sette del mattino, è tutto chiuso. Bussiamo alle retrovie di Princi e riusciamo a farci dare dei cornetti appena sfornati. Torniamo a bordo, ci fermiamo in Piazza Castello: la macchina letteralmente sul marciapiede, dinanzi alla fontana. Sedute sul bordo, mangiamo e rievochiamo i momenti salienti della festa. Il sole è già caldo, è fine giugno. Contro ogni pronostico, mi rendo conto che in realtà è stata una bella serata. A renderla tale è quel momento di complice semplicità.

[OFF TOPIC] The Very Inspiring Blog Award (a.k.a. catene teeny di Sant’Antonio versione 2.0)

Posted by Alice Ayres in Alice, Uncategorized

 

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Per colpa di Sonia e Martina (grazie, è sempre bello scavalcare insieme le frontiere del fallimento) mi trovo “costretta” a scrivere questa cosa di cui non me/ce/ve ne frega nulla ma perlomeno riporterà un po’ di leggerezza (#einvece) al mio soffertissimo blog. Non ho ancora capito perché si chiami premio ma comunque here are the rules:

1. Ringraziare il/la blogger che vi ha nominato
2. Elencare le regole e visualizzare il logo del premio
3. Condividere 7 fatti su di voi
4. Nominare 15 blogger e notificargli la nomination

Presumo che sette fatti di cui parlare siano dettagli della mia (incoerente) persona poco noti ai più, pertanto imbraccio le armi dell’imbarazzo e sparo contro lo specchio.

1) Ballo in casa quasi ogni giorno, molto spesso in mutande, ovviamente lontana da occhi in-discreti. Lo faccio tenendo il lettore mp3 in mano e gli auricolari ben piantati nelle orecchie, affinché nessuno sappia ciò che sta accadendo dietro la mia porta. Contestualmente a volte sogno anche a occhi aperti, immaginando tutte le cose che avrei voluto/vorrei nella mia vita e che non si sono verificate. Credo si possa definire la sola forma di sport da me praticata.

2) Nonostante le foto alle mie gambe, unica parte che amo davvero di me benché ricca di inestetismi e capillari esplosi, ho un rapporto non molto sereno col mio corpo: è raro che io indossi minigonne d’estate (senza collant mi sento troppo scoperta) e soprattutto muoio di disagio in costume da bagno. Andare in spiaggia per me è sempre stato un incubo, sia per la mia carnagione bianco-grigio-trasparente che mi fa temere il sole, sia appunto per l’angoscia di farmi vedere quasi completamente nuda. Non sarei mai in grado di indossare un bikini ultrasgambato o addirittura a perizoma, il mio ideale è un costume intero anni 50.

3) Sul web non ci metto la faccia, e nemmeno il nome. L’ho scelto fondamentalmente per poter sparire quando voglio (come già fatto l’anno scorso peraltro) senza lasciare chissà quante tracce, e anche per tenere qualcosa solo per me dato che condivido già eccessivamente i miei pensieri. Non credo che il web abbia bisogno dei miei selfie (le foto alle gambe sono già uber-superflue nonché mainstream), tanto più che la mia è una bellezza da Belle Ferronière di da Vinci, niente di contemporaneo o arrapante.

4) Ho una vita sociale molto scarna: le poche amiche di sempre, più saltuariamente qualche nuova conoscenza (fatico a definire un rapporto “amicizia”) con cui svagarmi, magari proprio quando ho molti pensieri per la testa. Se sono in compagnia di persone con cui ho poca confidenza tendo a far meno vedere il mio lato oscuro, il che mi spinge a non pensare ai miei dolori. Mi piace stare a casa da sola (anche quando sento la mancanza di un amore grande), leggere, guardare programmi stupidi in tv oppure film e telefilm scaricati illegalmente, e di solito alle otto di sera indosso già il pigiama.

5) Ho dormito con pochissimi uomini nella mia vita, praticamente solo coloro con cui ho avuto una storia, o con cui l’avrei voluta. Condividere la notte, e soprattutto svegliarsi insieme al mattino, è a mio avviso un tesoro spaventosamente intimo che non va sprecato per nessuna ragione. Se ho qualcuno accanto, ho bisogno che sia al 100% con me in quel letto e mi sento abbandonata se non mi addormento in un suo abbraccio. Non potrei mai stare con una persona che all’arrivo di Morfeo si gira dall’altra parte.

6) Ho sofferto due volte di depressione, con anche una terapia a base di paroxetina per un anno. Molto spesso mi capita di sentirmi ancora in bilico, probabilmente perché convivo da sempre con un certo sconforto esistenziale e penso sia impossibile per me raggiungere una felicità perpetua. Ciò che ho imparato è riconoscere il momento in cui mi avvicino troppo al burrone, e fare marcia indietro (talvolta tramite scelte discutibili). Per questo motivo non è facile avere relazioni sentimentali con me sul lungo termine, bisogna avere una certa empatia, pazienza e non colpevolizzarmi con accanimento. Non dico di necessitare di qualcuno che si prenda cura di me perché in fondo so badare a me stessa, semmai un uomo che desideri contribuire alla mia serenità dandomi tutte le rassicurazioni che la mia fragilità richiede.

7) Sono una persona molto parsimoniosa, detesto spendere per cose che ritengo superflue. Faccio shopping non più di due volte l’anno, non sono mai andata dall’estetista (tranne una volta avendo ricevuto un buono in regalo), mi reco dal parrucchiere solo quando i miei capelli (corti) diventano davvero ingestibili, e se qualcuno mi invita fuori a cena (sono una buona forchetta) non ordino mai la portata più costosa. Spendo tutti i miei risparmi per viaggiare, che sia un week-end in Liguria o un viaggio intercontinentale, e per fare regali di Natale e compleanno alle persone a cui voglio bene.

Detto questo, elencare 15 blog è un po’ impegnativo, ammetto di leggerne pochi dato che la mia passione per l’analogico mi fa ancora preferire la carta al monitor. Ecco qui i “fortunati”:

- Sonia, ovviamente, per il senso dell’umorismo borderline che ci contraddistingue e perché come me è misantropa ma allo stesso tempo dolce e disponibile.

- Martina, di cui amo il modo in cui non nasconde ciò che è, nemmeno quando cade in contraddizione.

- Alessandro, per l’approccio genuino e romantico con cui vive la vita.

- Alessandra, per spronarla a tornare a scrivere.

- Quello che non vedi, perché alcuni post del suo blog sono così belli e così vicini al mio cuore che non posso più fare a meno dei suoi scritti.

- Igor, un extraterrestre dal grande altruismo.

- Morbilla, perché dice sempre la sua.

- Mara, perché quando si incazza dimostra tutta la sua dolcezza.

- Violet, che non scrive da oltre un anno ed è un peccato perché in realtà è una donna con molto da dire, ma soprattutto unica nel suo genere.

- Marianna, che in realtà non conosco: non è che il suo sia proprio un blog logorroico come gli altri, ma potrebbe essere interessante leggere le sue risposte.

- Vissia, che in verità è una foodblogger ma soprattutto una donna da cui imparare come vivere con il sorriso.

- Martina/Rainbow Freckles, che nel suo Tumblr affascina per immagini e ora inoltre vive in una delle mie città preferite.

- Frannina: i suoi alti ci fanno invidia, i suoi bassi ci spaventano. Di certo un essere irripetibile.

- Hai da spicciare: acuto e sottile, sarebbe bello saperne di più della penna che lo scrive.

- Maddalena: dopo anni sotto mentite spoglie ha fatto coming out e ci piace di più così.

shiver

Crescere

Posted by Alice Ayres in Alice

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Sai cosa mi emoziona più di un amplesso che strappa il respiro? Delle mani sul collo pronte a sottrarmi l’anima, di sentirlo dentro di me quasi ad allagarmi il cuore, della testa sudata che sussurra all’orecchio l’indecifrabilità del piacere? Dei baci, delle unghie sulla schiena e i morsi sulla pelle candida, delle contrazioni che nell’orgasmo abbracciano i fendenti della passione?
È il silenzio.
Il silenzio di chi sa. Di chi si conosce. La quiete che fa da contrappeso – da àncora – al tumulto irrazionale senza cui la mia non si può chiamare Vita.

Il silenzio interrotto dai tasti battuti sulla tastiera quando l’ispirazione sopraggiunge improvvisa, e allora chi hai accanto tace e si fa cullare da quel ticchettio, dalla bellezza di vedere nell’altro un vulcano in azione. Il silenzio del non aver bisogno di chiedere il caffè a fine pasto né di specificare senza zucchero. Di uno sguardo duro stemperato dal sorriso quando una lacrima di commozione si sporge verso le mie gote. Il silenzio di quando il pensiero di stare sbagliando tutto solca in un istante la fronte, e chi ti guarda lo capisce, e sa quanto fa male l’incertezza mentre ti accoltella. Il silenzio di chi non cerca un’emozione passeggera – come i ventenni che citano Prévert, bensì un complice in grado di prendersi cura di noi – come chi si scopre improvvisamente troppo vecchio per replicare schemi già visti. Fatti di sesso occasionale per “tirare a fine ego”, del bisogno di un riconoscimento esterno, di chiamare libertà la solitudine errante ed egoista. Dell’incapacità di fermarsi, a guardarsi dentro.

Il silenzio su una panchina al parco, dopo un orgasmo, durante un film, ascoltando una canzone che stringe il cuore, davanti al mare, nell’attimo prima di una risata sincrona. Il silenzio di chi sa che il cuore si ciba – sì – di emozioni passeggere, ma si sazia quando qualcuno sceglie di restare, di trasformare i battiti adolescenziali nell’adulta – consapevole – rassicurazione di stare bene accanto a quella persona. Ché in fondo l’amore è tutto lì, nel meccanismo ben oliato che profuma di casa.

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Casualties

Posted by Alice Ayres in Alice

Ci illuderemo, oh se lo faremo. L’abbiamo sempre fatto.
Che il treno sia giunto al capolinea, finalmente e purtroppo.
Che nulla sia più bello della solitudine, e delle novità, e della freschezza di ennesime prime volte.
Che in fondo non abbiamo poi così tanto da dirci.
Che in fondo non sei poi così bella. Che in fondo non sei poi così splendido.

Qualcun altro. Qualcuno con cui svagarsi. A cui non dovere niente. Qualcuno che non sappia farci piangere, ma forse nemmeno ridere. Qualcuno con cui fingerci migliori, oppure non fingere affatto, ché tanto il giudizio di chi non ci sta a cuore non conta. Qualcuno che riponga la tazza nel lavabo dopo aver fatto colazione anziché lasciarla sul tavolo, che beva caffè la mattina come ogni italiano che si rispetti.
Qualcuno con cui fare i pavoni gongolando nella ritrovata ricchezza di effimerità, con cui passare una sera, una notte, una settimana, un mese, a soddisfare le funzioni primarie più egoistiche. Aspettando l’amore. Aspettando la passione. Aspettando l’infatuazione. Aspettando quelle cose che con tutto il cuore speriamo non siano ancora cucite addosso a chi vorremmo lasciarci alle spalle. A chi è sbagliato per mille motivi, e per questo altrettanto irripetibile.
Qualcun altro. A cui strappare sguardi speranzosi e batticuori celati senza nemmeno saperlo. A cui affezionarsi per inerzia, ché a quest’ora cosa vuoi, mi va bene pure lei. Una fuga, un nuovo inizio prima che la fatica di conoscere e farsi conoscere prenda il sopravvento. Un passo, un segno – un palliativo - che possa tracciare più nettamente una fine che di fine ha solo la demarcazione tra tranquillità e disperazione. Calore e solitudine. Im-perfezione.

Una volta una persona mi ha detto che esistono due categorie di individui, quelli che hanno bisogno di ardere e quelli a cui basta una pacata – indolore – quotidianità. E che io appartengo al primo gruppo, perché la passione è il mio ossigeno, così come l’inseguire, il cadere, il rialzarsi, il ferire, il difendere, il piangere di gioia e depressione, l’urlare di rabbia e risate, l’ansimare di angoscia e di sesso.
In quel momento ho capito che ‘verità’ a volte fa rima con ‘condanna’. Una verità che nessun altro – e nessun’altra – potrà mai capire.
Ché l’inquietudine di fondo è il legame più indissolubile.

vetro.rotto

I want more

Posted by Alice Ayres in Alice

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Così familiare, così lontano.
Come toccare l’amore di una vita, come urtare un estraneo per sbaglio.
Una casa piena di ricordi, o forse solo di occasioni perse. Come questa, in cui potremmo guardarci e abbracciarci e ridere della nostra piccolezza di esseri umani illusi che l’Amore aggiusti errori, difetti e promesse immantenibili. L’occasione in cui piangere per ciò che siamo stati e abbiamo creduto di divenire l’uno per l’altra, ma soprattutto per lasciare che questo sentimento finito, consumato e a tratti insincero abbandoni per sempre la nostra anima, depositandosi sulle gote con la silenziosa purezza che solo una verità che fa male possiede. La verità che confesseremo alla nostra coscienza stanotte, nel buio dei rispettivi giacigli: Non ti amo più. E non da oggi, non da ieri, ma da così tanto che non sono in grado di riavvolgere il nastro del cuore e ricordare quand’è che lo hai fatto scalpitare senza alcun velo di terrore. Potrei baciarti adesso, e venire a letto con te in nome dei sorrisi ormai perduti, e illudermi che basti spogliarsi dei vestiti per scrollarsi di dosso la delusione che hai impiantato come un seme velenoso dietro ai miei occhi senza che mi opponessi, fino a trasformarmi nella persona scorretta che so essere quando la mia più vulnerabile speranza viene disattesa dalla persona a cui chiedo – semplicemente – di non combattermi. Potrei dirti le cose che ho fatto e accoltellarti con tutti i dettagli che la tua insensibilità meriterebbe, e cavare fuori dalla tua gola ira, urla e disprezzo solo per dimostrarti che quella del cinismo è una corazza ridicola che fa sentire al cuore meno dolore solo perché ne trattiene – comprime – i battiti, senza però dargli alcuna forza. Fino a quando quel che resta è soltanto un organo stanco… di non avere nemmeno vissuto davvero. Potrei raccontarti tutte le cose che non sai di te stesso, e sedermi davanti al grande schermo della tua esistenza per vedere un film prevedibile fino all’ultimo ciak, compatendo i protagonisti e quella sceneggiatura a cui la lettura di centinaia di libri non è servita a niente.
Potrei. Potresti.

“Ti hanno vista sabato in centro, eri con uno”.
Chissà se di me ti hanno detto anche altro, chissà se hanno visto i sorrisi, e il volto disteso, e la serenità di cui non avevo più memoria. Se hanno notato gli occhi che sembrano vedere tutto per la prima volta, persino la mia stessa città; o ancora le gambe che imparano a camminare leggere, come a danzare scalze sul bagnasciuga del futuro. Senza catene, senza quel dolore autoindotto che ci ha sempre accomunato, la lettera scarlatta della mia irrazionalità. Il lesionismo che ti agguanta per la trachea e trascina sott’acqua, convincendoti che la sofferenza sia l’essenza nobile della Vita, un’imprescindibile crudele identità. L’autolesionismo che oggi mi ha portato in questa casa per guardarlo in faccia. La tua faccia. E che infine mi ha vista uscire da quella porta in lacrime, ma conscia -  for the very first time – di non volergliela più dare vinta. Che il meglio, per me, deve ancora venire. E me lo merito tutto.

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Gioconda

Posted by Alice Ayres in Alice

C’è stato un tempo in cui riguardando le nostre foto rimpiangevo quel mio sorriso ostinatamente aggrappato all’amore.
Quel tempo era poche settimane fa.

C’è stato un tempo in cui riguardando le nostre foto rimpiangevo quel tuo sorriso forzato e mai intenso. L’obiettivo della mia ostinazione, il motore del mio starti accanto.
Quel tempo era qualche mese fa.

C’è stato un tempo in cui riguardando le nostre foto mi sono chiesta chi fossero quei due, sempre più vicini ma sempre più sconosciuti. Quelli che ora – apatici e indifferenti – incrociano accidentalmente gli sguardi senza nemmeno un velo residuo di emozione.  Come se non fosse. Come se non fossimo.
Come se si morisse così tanto nella stessa vita da azzerare ogni volta le promesse d’amore non mantenute, e forse mai credute.
Quel tempo era ieri.

C’è stato un tempo in cui riguardando una nostra foto mi sono vista bella. E illusa, e ingenua. Ma forte.
Senza rimpianti ma con semplice compassione, ho osservato il mio sorriso candido e convinto, gli occhi verdi – dolcissimi – alla ricerca di certezze che non hai mai saputo darmi. E all’improvviso tutto ha avuto un senso.
In un istante ho capito, in un attimo ho fortemente sentito.
Che posso essere molto più felice di quel giorno. Infinitamente più felice.
Felice e basta. Come quando l’azzurra limpidezza del cielo fa quasi male, e lo splendore delle cose semplici cattura l’anima. Quando i prati si trasformano in piste brillanti su cui far galoppare sorrisi e lacrime di gioia, finalmente liberi. Senza ostacoli. Senza compromessi. Senza ciò che confondiamo per amore.
Quel tempo è oggi. Quel tempo sono io.