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Gioconda

Posted by Alice Ayres in Alice

C’è stato un tempo in cui riguardando le nostre foto rimpiangevo quel mio sorriso ostinatamente aggrappato all’amore.
Quel tempo era poche settimane fa.

C’è stato un tempo in cui riguardando le nostre foto rimpiangevo quel tuo sorriso forzato e mai intenso. L’obiettivo della mia ostinazione, il motore del mio starti accanto.
Quel tempo era qualche mese fa.

C’è stato un tempo in cui riguardando le nostre foto mi sono chiesta chi fossero quei due, sempre più vicini ma sempre più sconosciuti. Quelli che ora – apatici e indifferenti – incrociano accidentalmente gli sguardi senza nemmeno un velo residuo di emozione.  Come se non fosse. Come se non fossimo.
Come se si morisse così tanto nella stessa vita da azzerare ogni volta le promesse d’amore non mantenute, e forse mai credute.
Quel tempo era ieri.

C’è stato un tempo in cui riguardando una nostra foto mi sono vista bella. E illusa, e ingenua. Ma forte.
Senza rimpianti ma con semplice compassione, ho osservato il mio sorriso candido e convinto, gli occhi verdi – dolcissimi – alla ricerca di certezze che non hai mai saputo darmi. E all’improvviso tutto ha avuto un senso.
In un istante ho capito, in un attimo ho fortemente sentito.
Che posso essere molto più felice di quel giorno. Infinitamente più felice.
Felice e basta. Come quando l’azzurra limpidezza del cielo fa quasi male, e lo splendore delle cose semplici cattura l’anima. Quando i prati si trasformano in piste brillanti su cui far galoppare sorrisi e lacrime di gioia, finalmente liberi. Senza ostacoli. Senza compromessi. Senza ciò che confondiamo per amore.
Quel tempo è oggi. Quel tempo sono io.

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Posted by Alice Ayres in Alice, Tutti gli uomini della mia vita

Sarai quel messaggio inaspettato ma tanto atteso, di quando all’improvviso tutto ciò che vuoi udire è la suoneria delle notifiche di Whatsapp. Sarai il sorriso emozionato e bagnato di colei a cui dedicherai nuove parole, la tua ironia, la malizia, e tutte le armi scintillanti che sappiamo sfoderare nella fase più egocentrica e inebriante di tutte – il corteggiamento – in cui fingiamo di essere solo i nostri pregi, e il meglio di noi acceca la preda. Quando ormoni e autostima danzano insieme – impazziti – fino al culmine di un primo bacio, un primo orgasmo, la prima pagina di un nuovo Noi.

Ti immagino di un’altra, lontano mille miglia da me, come già ti sentivo persino quando sognavo viaggi, risvegli e traguardi insieme, mano nella mano. Quando commuovermi davanti ai tuoi occhi era ancora un momento di intimità e non l’attimo in cui mi facevo bersaglio della tua voglia di fuggire dai bisogni del mio cuore fragile. Dalla dolorosa consapevolezza di essere destinata a perderti, ché forse ormai quella di appartenere l’uno all’altra era solo fatica.

Sarai il batticuore della prima uscita insieme, quando fluttuare nei tuoi occhi infelici è un estasiante naufragio, e non ci si può che domandare cosa si nasconda dentro a quello sguardo intenso come le più pericolose false speranze. Sarai l’abbraccio dopo il sesso che t’illude di non esser più sola, sarai il sogno adolescenziale di una vita insieme, di un bambino con la tua stessa testa grossa a cui insegnare che la vera intelligenza passa attraverso il cuore e non solo i libri.

Sarai tutte queste cose, e un giorno – che ora mi fa solo paura – le sarò anche io, e condividerò con qualcun altro quello che ho imparato insieme a te senza mai dirgli da dove viene. Così, porterò un pezzo del nostro amore in un nuovo inizio, per tenerti addosso nella vita che verrà, e far sì che il dolore di oggi non sia stato invano, trasformato in uno scrigno di ricordi di cui sorridere a distanza di anni.

Sarai tutto ciò che avrei voluto come stella polare di questa mia realtà senza punti cardinali.

bologna.vista.aerea

“Scrivi”

Posted by Alice Ayres in Uncategorized

Scrivi Alice, scrivi. Non smettere, anzi, fallo ora che il tutto sembra indifferente e inutile. Perché non riempie il vuoto, non dà forme ai contorni spezzati. E non è nemmeno uno sfogo; se lo è, ti bastava poco. Fallo perché è più come vomitare dopo una sbronza violenta, dopo esserti riempita fino al collo. Dopo aver gettato sulle ferite alcol e sigarette. Ti sei divertita, certo, a tratti – forse – hai pensato persino di volare. Presentuosa avrai addirittura creduto di saper volare. Poi il fardello di quei galloni ti ha riportato giù, perché prima o poi si deve sempre tornare a  terra.

E allora ti ritrovi in ginocchio a fissare il muro: ti verrebbe da piangere ma anche quello, ormai, ha poco senso. Il primo conato è un avvertimento, al secondo ti lasci andare. Lo fai scrivendo su una pagina bianca, come il più classico dei cessi. Tiri giù tutto, fino all’epicentro dello stomaco, passando per cuore e parole. E quando pensi di aver finito, ne avrai ancora. Perché questo non guarisce e nemmeno allevia, ma almeno la testa girerà meno. Sarai, per un attimo, più lucida. E forse anche cinica.

Chiudi l’asse del foglio, ora, puoi andare a dormire.

G

Queste parole non arrivano da una persona qualsiasi. Per due motivi.

Prima di tutto perché si tratta di un (giovane) uomo così sensibile ed empatico verso l’universo femminile da smentire tutti quei maschi che considerano il dolore di una donna una malattia ammorbante da rinfacciarle con annoiata superiorità. E io li conosco bene. Li ho anche amati, amaramente più di me stessa.

Moreover, costui è l’autore di L’ha detto un italiano, ebook che testimonia e interpreta – in quel modo semplice e privo di sovrastrutture che sa arrivare al cuore – la grandezza dei nostri pensatori, della nostra cultura, del nostro idioma, ma anche della gente comune come me, fiera di essere nata in un Paese che qualche motivo per amarlo – in fondo – ce lo dà ancora.

Per questo e per la mail notturna, grazie Guido.

macchie.di.sangue

Siamo soli

Posted by Alice Ayres in Alice, Tutti gli uomini della mia vita

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Ho messo lo smalto turchese sulle unghie limate, i pantaloni eleganti che mi hai regalato, le scarpe col tacco e una delle tue magliette preferite. Come stai bene, dicevi raramente. Mi sono fatta bella per te, bella per il dolore, perché la sola dignità che ci resta quando la sofferenza ci dilania è quella estetica. È guardarsi allo specchio e pensare che in qualche modo si riuscirà ad andare avanti.

Avanti. Troppo avanti. Ecco dove siamo finiti. Come quando compri un libro che non ti fa impazzire ma ti senti in colpa se non ne termini la lettura. Come quando vorresti dire basta, se non fosse che quella parola rappresenta la sconfitta più grande che puoi immaginare, ché perdere la persona a cui hai dato tutto – troppo – non può succedere. Non può finire così. Non può finire e basta. Nemmeno quando il sesso alla dolcezza ha sostituito l’irruenza, e “fare l’amore” quasi non te lo ricordi più. Io me lo ricordo com’era sentirti mio, così come si rimembrano le gioie dell’infanzia e tutte quelle cose che la realtà ha trasformato in sogni infranti.

Avanti. Troppo avanti persino per sperare – solo sperare – di vedere ogni tuo capello nero diventare bianco, o farmi prendere in giro per tutte le rughe che il tempo avrebbe inevitabilmente portato sul mio viso. Quel viso che i tuoi occhi sospettosi sembravano non conoscere più mentre lasciavi che finalmente nessun ‘noi’ occupasse più la tua vita. Mentre guardavo le mie unghie curate e colorate pensando a quanto fosse grottesco essersi preparata con cura per l’ultimo unilaterale atto di un amore tanto doloroso, fatto di piccoli tesori che scorderai già domani, quando la tua ostinata vittoria dell’uomo sulla donna ti avrà regalato il trono della più misera delle libertà.

Libero. Libero di non rendere conto a nessuno. Libero di non temere più per l’incolumità del tuo onore. Libero di non doverti sforzare in niente se non nell’essere indulgente con te stesso. Ho sempre pensato che la memoria storica di un amore fosse tutta nei ricordi commossi delle donne, ed è lì che la sento, dietro a questi occhi che – guardandoti – scioccamente vedono ancora  un uomo irrinunciabile.

We saw this coming. We did. Ma io non potevo, non riuscivo. Io non volevo. Che te.

lamp

Mirror

Posted by Alice Ayres in Alice

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L’ho guardato attentamente. Ho sentito il suo odore, il calore, soprattutto il gelo. Dopo un orgasmo la percezione è più vivace, è come se venire significasse vedere, avvicinandomi alla Verità. Ho osservato il nostro letto come mai prima. La costante penombra che non lo illumina mai abbastanza. Le lenzuola macchiate di sborra e lacrime. Ho pensato che fosse il simbolo perfetto di questo amore im/possibile, il giaciglio delle promesse che non si manterranno, dove il sesso più intenso sembra dire «addio» ma anche «resta», e gli abbracci nella notte sono l’unica dolcezza che ci rimane. Dove sentirmi troppo spesso sola al risveglio, e commuovermi ripensando a tutti i sorrisi che coloravano questa casa che ho sempre sentito ostile, nella cruda consapevolezza che nulla sarebbe mai stato nostro, neanche il letto a cui né il mio corpo né il mio cervello sentono di appartenere.

L’amore è uno scontro di differenze, è la paura che l’uomo davanti a te confonda la condivisione con una prigione, ché per fare entrare qualcuno nella propria vita fino in fondo non basta un ‘Ti amo’. Ci vuole una gioiosa, straripante, coraggiosa arrendevolezza di cui scopro gli uomini sempre meno virtuosi, privandomi pian piano io stessa di questa capacità, inabile come sono ad accettare che sarò eternamente infelice fino a quando continuerò a sperare di essere amata come vorrei. Nell’esatto modo in cui amo io.

La cosa peggiore di venerare troppo se stessi è che nessuno reggerà il paragone con la nostra presunta e infondata perfezione.

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Ottimismo

Posted by Alice Ayres in Uncategorized

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Da qualche tempo a questa parte il mese di gennaio mi pone sempre davanti a un preciso interrogativo: rinnovare o non rinnovare il dominio del blog? Quest’anno mi sono seriamente chiesta quale sia l’utilità di un dominio a pagamento dacché:
a) Scrivo saltuariamente
b) Non posso farne una professione
c) Sono incostante a priori
d) Ho creato un personaggio che ho fatto suicidare cancellandomi da Twitter

La risposta è semplice: nessuna.

Eppure. Eppure qui c’è una parte di me che non posso riporre altrove, quella parte che nessun padre, marito, fidanzato, pseudo-uomo-della-mia-vita avrà voglia di capire, ché alzare gli occhi al cielo è sempre la scorciatoia preferita dagli allergici all’empatia. Un posto dove sfogarmi, dove chiedere a chi c’è là fuori se sono la sola a fare a pugni con certi sconforti. Terapia di gruppo. Boa che tiene a galla. Pungiball. Non sto facendo la vittima, per quello ci sono le amiche. Sto solo dicendo che quando non hai più vent’anni e la favola dell’Amore-con-la-A-maiuscola viene risucchiata dallo sciacquone di un cesso chiamato Realtà, non c’è più tempo per sperare che il prossimo sia diverso. Che arriverà quello giusto. Il rischio semmai è di rimpiangere il precedente, seppur senza un briciolo di trasporto.

Quello giusto non esiste, è tutto meramente frutto dell’estenuante compromesso che ha portato le nostre madri, zie, nonne ad avere una patina di rassegnazione sugli occhi, a non chiedere, a non aspettarsi di essere capite, a non pretendere più attenzioni del minimo sindacale – talvolta nemmeno quelle. Quante volte – quante! – sento donne come me (tra cui me) difendere l’uomo di turno dicendo cose tipo “Dai però mi ha scritto per primo, è il suo modo di chiedere scusa” oppure “Si è ricordato che avevo quell’incontro importante e mi ha detto di fargli sapere l’esito” o ancora “Mi ha chiesto se stavo meglio perché avevo avuto la febbre, vedi che si preoccupa“.
È incredibile: quando una donna tiene – inspiegabilmente – a un uomo confonde ciò che è normale con l’eccezionale. Cerca significati inesistenti, appigli contro la più cruda delle verità. Stupirsi perché uno si ricorda della tua vita o ti chiede come stai, ma stiamo scherzando?! Dovrebbe essere all’ordine del giorno #einvece stappiamo lo champagne, chiamiamo la banda e gridiamo al miracolo. Come le nostre madri quando papà si ricorda del loro compleanno. Come chi non si aspetta più nulla dalla persona da cui dovrebbe ricevere amore e conforto. Alla faccia del paradosso.

Non voglio generalizzare, le eccezioni ci sono e (non) ne ho viste diverse. Ma io davvero mi domando se voi, rappresentanti del genere maschile, siate lieti che i vostri colleghi sminuiscano così la vostra categoria. Perché io, da donna di mentalità aperta, non sono contenta ad esempio che per alcuni (trogloditi?) donna=troia. Tantomeno donna=rompicoglioni, che tra l’altro – come già scritto nel post precedente – è un’equazione che sta a metà strada tra la verità e ciò che gli uomini che non vogliono mettersi in gioco chiamano verità.

Sarò particolarmente infastidita, fastidiosa e pessimista oggi, ma credo che questo status quo non possa che portare alla crescita di un disprezzo latente tra i sessi e – ahinoi – tra i partner. Perché se devo guardare la persona che amo – e che so di amare – e sentire in una parte di me una voce che dice “Sei un egoista da quattro soldi privo di ogni sensibilità, un ignorante che non sa quanto sia bello fare qualcosa per chi si dice di amare, accanto a te non sarò mai felice, odio con tutta me stessa la tua visione della vita, grow the fuck up you prick” allora vuol dire che lo squilibrio tra speranza e disillusione, tra impegno e inerzia, tra progetti e fancazzismo sta raggiungendo sproporzioni sconcertanti che io – davvero – non sono ancora abbastanza vecchia, sola o incinta da poter accettare solo perché lo sai come sono gli uomini.